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Ho visto Veronelli in televisione molti anni fa, ma non ho mai realizzato che fosse una figura prestigiosa! Devo ammettere, in tutta coscienza, che ignoravo, non solo chi fosse, ma anche la vera arte del bere vino.
Ma andiamo per gradi (per rimanere in tema enologico!)


Noto come giornalista, scrittore e, a volte scomodo, conduttore televisivo, i conoscitori di questo uomo di fama mondiale sanno che era, soprattutto, un gastronomo e un amante, nonché esperto virtuoso, di vini.

Oltre che alfiere del nettare degli dei, Veronelli ne era strenue sostenitore dell'origine: questo per ogni prodotto derivante dalla lavorazione dei frutti della terra che, a suo parere, deve potere essere riconosciuto e distinto in base alla provenienza, con particolare riguardo alle produzioni territoriali e circoscritte contro quella che sosteneva essere “sfrenata globalizzazione”: a lui si deve, infatti, la creazione delle
De.Co. (Denominazioni Comunali)

Terra: la parola che più di ogni altra lo ha rappresentato.
Terra era il suo amore per eccellenza.
Terra, e tutto ciò che essa riesce a donare all'uomo e da cui, l'uomo stesso, ricava prelibatezze per il palato.

Lontano da ogni forma di progresso tecnologico, logica e razionalità, affidava tutto se stesso ai sensi, alle percezioni, all'ascolto della vita. Questo era, anche, il suo unico approccio all'enologia. Vino riconosciuto come “il canto della terra verso il cielo”: per “sua nasità” (come Gianni Mura intitolò Veronelli) c'è un unico e indiscusso modo per berlo, ossia conoscendolo preventivamente, osservandolo, analizzandolo e cercando di capirlo prima di accostare le labbra al calice. A suo parere, “insipienti sono le persone che si appressano ad un vino per la sola volontà di berlo”.
Da qui la sua idea di educazione al bere bene come forma di lotta all'alcolismo: non dipendenza dalla quantità per soddisfare un bisogno primitivo, ma ricerca della qualità per celebrare il gusto.

Tra tutte le infinite cose che si possono ricordare di Veronelli, sicuramente non avrebbe voluto che venisse omesso che era profondamente anarchico. In ogni ambito sfoggiava la sua avversione per le costrizioni: forte del suo pensiero libertario, sosteneva la necessità di poter disobbedire, pur condannando pienamente ogni atto di violenza, nella convinzione che la libertà riconosciuta al prossimo è fondamentale perchè, sosteneva, “la libertà altrui è garanzia della propria”.

Cocciuto e immodesto, come lui stesso affermava di essere, filosofo, ateo, amante dell'arte, delle donne, degli occhi capaci di raccontare, della cultura, e dei buoni sentimenti, ha lasciato un'impronta indelebile portando avanti, ostinatamente, le sue “verità” e perdonandosi eventuali torti perchè, come era solito dire: “Errori ne ho commessi molti. Nessuno con la volontà di farlo”.