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Discussione: Accabadora

          
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    Accabadora

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    Fillus de anima.
    È così che li chiamano i bambini generati due volte, dalla povertà di una donna e dalla sterilità di un'altra.

    Dai primi del '900 fino agli anni '70 dello stesso secolo, in alcuni paesini sardi era piuttosto diffusa l'adozione di bambini per questo duplice motivo: l'indigenza da una parte e l'impossibilità di avere figli dall'altra; pratica che, solitamente, si attuava tra parenti o, almeno, all'interno della stessa comunità.
    È così che si apre il primo capitolo di “Accabadora”, quando Anna Teresa Listru, madre biologica di Maria, consegna la piccola – sì, il senso colto è proprio quello della consegna di un oggetto – a Bonaria Urrai, una donna già avanti con l'età, che vive sola e svolge la professione di sarta del paese di Soreni; la bambina verrà cresciuta ed educata, quindi, da Tzia Bonaria, come viene chiamata l'anziana.

    Maria, ragazzina curiosa, audace e caparbia, frequenta la scuola con vanto – in un tempo e in un luogo in cui il sapere viene considerato non necessario – lavora nelle vigne, dove instaura un particolare legame con Andrìa Bastìu, e impara il mestiere del cucito. Negli anni, tra lei e la donna si instaura un legame singolare, pur considerandosi madre e figlia solo tacitamente, fino a quando gli eventi rivelano a Maria, in modo turbolento, cosa rappresenta, per gli abitanti di Soreni, la figura di Bonaria.

    Difficile aggiungere altro senza svelare, a chi non lo sa, cosa significa la parola che dà il titolo al libro. Io ne ero già a conoscenza, ma sarebbe stato più soddisfacente se la cosa mi si fosse rivelata durante la lettura. È un buon libro, di forte impatto, questo è innegabile. Tuttavia, più che la storia in sé, mi hanno colpita le espressioni ad effetto e le considerazioni profonde: di esse, il libro è ricco! 163 pagine che si leggerebbero in poco tempo, se non fosse che vi sono frasi che vogliono essere lette, rilette e metabolizzate.

    E non può essere che così, quando si parla di come la morte possa essere necessaria tanto quanto la vita. Il concetto del lutto emerge più volte, arcaicamente richiamato dalle grandi sottane e scialli neri indossati a fronte di un decesso, come se un colore potesse identificare uno stato d'animo. E su questo, per mio personale sentire, ho colto uno dei passaggi più emblematici in uno scambio di battute tra Maria e Bonaria:

    Quindi il lutto serve a far vedere che c'è il dolore” dice la ragazza, e la donna ribatte: “No, Maria, il lutto non serve a quello. Il dolore è nudo, e il nero serve a coprirlo, non a farlo vedere” aprendo al concetto che la sofferenza non ha un marchio e non reclama usanze: ognuno di noi la elabora in modo del tutto personale, e non saranno un vestito dai colori sgargianti o una radio accesa ad indicare la fine di un patimento.

    Un romanzo veloce, nel quale la scomparsa Michela Murgia racconta come un pensiero cupo possa avere un fine rispettabile.

    Riemergere da sé stessi è tanto più difficile quanto più si è profondi. - Pag. 89
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