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Discussione: A chi ama le favole

          
  1. #1
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    A chi ama le favole

    La nostalgia mi ruba i colori della vita. (Cristina Campo)


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  3. #2
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    Mi ricordo che una volta in occasione della promozione di un romanzo e incontro con l’autore, fu posta la seguente domanda : “Quale libro occupa un posto particolare nella vostra formazione? "
    E giu' vari titoli piu' o meno noti.
    Nessuno che abbia fatto un riferimento a favole ,fiabe.....vergogna forse?
    Eppure Apuleio, Fedro....troviamo degli insegnamenti niente male.
    Penso alla morale della "Volpe e la maschera"( non lasciarsi ingannare dalle apparenze) e tanti altri. Un libro di favole riletto oggi, da molte conferme. Anche quelli fantastici....Ulisse per la sua mente e per le sue quattro donne dove ognuna raffigura qualcosa di diverso: Calipso, Circe, Nausicaa e Penelope... Giano bifronte perché ha una faccia che guarda al passato ed una al presente; Orfeo che ammansisce le pietre con il suo canto ed ha la possibilità di riprendersi il suo amore nell'Ade ....e anche qui ci sarebbero altri esempi.
    Credo che anche sul piano didattico, l'uso delle fiabe e delle favole non sia abbastanza valorizzato,ed e' un peccato ,in quanto splendide metafore educative.
    Una mia amica insegnante che saluto ( ciao Clelia…) mi ha detto che nonostante i numerosi interventi di pedagogisti ed educatori sul valore formativo delle fiabe
    e dei racconti mitologici/ fantastici, la maggior parte dei docenti, soprattutto nelle scuole medie e superiori, le ritiene una cosa da bambini o, peggio, una perdita di tempo visto che ci sono dei preformati e utili programmi ministeriali che sono anche lunghi e difficili da portare a termine. Come se la cultura per essere tale debba vestirsi di austerità e la serietà della cultura fosse divenuta, agli occhi dei più, seriosità.... le favolette lasciamole alle mamme, che le utilizzino per fare dormire i loro bimbi di notte …la cultura, quella vera, deve essere dura, deve far soffrire, richiedere necessariamente impegno e sforzo. Quindi….grazie ad Estella per questo topic e per chi vorra' contribuire.
    Io li odio i nazisti dell'Illinois...

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  5. #3
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    L’amore di Pizzomunno e Cristalda.
    La Puglia è una terra caratterizzata da misticismo e magia e questo si riflette in numerose leggende che si tramandano nei secoli e che parlano di re, regine, folletti con il cappello rosso, e storie d'amore più o meno a lieto fine. Tra le storie d'amore sospese tra leggenda e romanticismo che caratterizzano questa terra baciata dal sole e dalle bellezze naturali, c'è quella di Pizzomunno e Cristalda.
    Lo sfondo in cui è ambientata questa nota leggenda è quello di Vieste, la località di mare che ancora oggi attira migliaia di turisti che rimangono affascinati dal suo mare e dalla sua costa, caratterizzata dal candore della bianca scogliera che, per una parte importante, dirada a strapiombo sul mare. La leggenda di Pizzomunno e Cristalda che vede come protagonisti due giovani ha inevitabilmente diverse versioni, come spesso accade per le storie tramandate oralmente di padre in figlio.
    Per grandi linee è comunque un racconto che celebra al vero amore, che non accenna a fermarsi davanti a niente, neppure davanti alle più grandi avversità, non ultima la morte. Può sembrare una leggenda triste ma nasconde un doppio finale che renderà felici i più romantici e i sognatori.
    La storia d'amore tre i due giovani nasce sulle spiagge pugliesi di Vieste quando ancora era un pittoresco borgo di pescatori. Questi per comodità avevano pensato bene di costruire le loro povere abitazioni, poco più che capanne, nelle vicinanze del mare, in modo da trasportare il pesce facilmente per poterlo vendere alla gente del posto. In questa storia il mare è protagonista insieme a Pizzomunno e Cristalda che, cullati dal rumore delle sue onde, si innamorarono perdutamente.
    Lui pare fosse un bellissimo giovane, alto, forte e affascinante che attirava irresistibilmente il corteggiamento delle altre ragazze del villaggio, le quali bramavano le sue attenzioni. Cristalda non era da meno quanto alla sua bellezza più unica che rara, ancor più valorizzata dai lunghi capelli biondi che ricordavano la lucentezza dei raggi del sole e il giallo delle spighe di grano. Anche Pizzomunno era un pescatore, quindi portato a stare in mare per molte ore e qui compare il primo elemento magico di questa struggente storia d'amore.
    I pescatori infatti erano soggetti alle insistenti attenzioni delle sirene che popolavano l'azzurro mare di Vieste e che miravano ad attirare, con i loro canti ammaliatori ignari giovani, illudendoli con la loro avvenenza, mentre invece miravano soltanto a prendersi le loro sfortunate vite. La stessa cosa accadde a Pizzomunno che, in diverse occasioni, si trovò a fronteggiare questa sfacciate sirene, che tentavano di sedurlo anche insistentemente e con tutti modi a loro disposizione, ma lui era sordo ai loro lussuriosi inviti.
    Per convincerlo si offrirono di diventare sue serve e lui il loro re per stargli vicino in eterno. Gli promisero di non prendersi la sua vita a patto che lui le seguisse in fondo al mare dove lo avrebbero deliziato di ogni bene e di tutte le attenzioni. Ma lui innamorato e fedele come non mai a Cristalda, la ragazza più incantevole del villaggio, rifiutò con tono deciso e pagò molto caro questo affronto fatto alle creature marine.
    Le sirene infatti si infuriarono e offese e umiliate vollero vendicarsi nel modo più malvagio. Passò del tempo e i due giovani erano soliti incontrarsi sulla riva del mare per amoreggiare al chiaro di luna, ma le sirene improvvisamente riemersero dalle profondità degli abissi strappando la bellissima Cristalda dalle braccia di Pizzomunno e portandola via, in fondo al mare. Pizzomunno era distrutto dal dolore e il suo corpo rimase pietrificato trasformandosi in un enorme monolite che ancora oggi troneggia sulla spiaggia di Vieste.
    Al monolite, alto circa 25 metri, è stato dato proprio il nome del giovane innamorato, il Pizzomunno, che imperioso si staglia sulla costa pugliese e che l'ha resa famosa nel mondo per l'inconfondibile panorama che regala a chi ha la fortuna di passare da queste parti.
    La leggenda però non finisce qui e l'amore tra i due giovani non è certo terminato tra i flutti del mare che hanno ingoiato la povera Cristalda. Pare che il sortilegio che ha colpito questa bella quanto sfortunata coppia possa essere temporaneamente sciolto dal destino ogni 100 anni, precisamente il 15 di agosto per una notte soltanto.
    Durante questa sospirata notte ai due innamorati è concesso finalmente di amarsi perché Pizzomunno abbandona le sue sembianze pietrificate recuperando un corpo umano, mentre Cristalda riemerge dalle acque che l'avevano condannata a stare lontana dal suo amore.
    La nostalgia mi ruba i colori della vita. (Cristina Campo)


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    Leggenda araba.
    Il gelsomino è una pianta conosciuta fin dai tempi più antichi soprattutto nei paesi asiatici e per la tradizione araba è una pianta che simboleggia l'Amore divino. Una bellissima leggenda araba narra della loro origine: esisteva una volta Kitza, la madre di tutte le stelle, che nel suo palazzo di nuvole era intenta a preparare abiti d'oro per tutti i suoi figli astri quando improvvisamente si presentarono davanti a lei un gruppo di stelline che protestavano perchè, secondo loro, le loro vesti non erano sufficientemente belle. La madre, cercò di rabbonirle e le pregava di non fare troppo chiasso e di non farle perdere tempo perchè doveva ancora vestire tutti gli altri astri. Ma le stelline non l'ascoltavano e continuavano a lamentarsi. A quel punto passò da quelle parti Micar, il re degli spazi che, dopo aver saputo il motivo per il quale le stelline facevano tanto rumore, si indignò a tal punto che le cacciò dal firmamento strappandole di dosso gli abiti che avevano e scagliandole nella terra in mezzo al fango. Kitza, profondamente addolorata di quanto era accaduto era inconsolabile perchè pensava che le sue stelline sarebbero state in quel modo calpestate ed umiliate dagli uomini. Ma la signora dei giardini Bersto ebbe pietà della povera madre e decise di trasformare le stelline in fiori profumatissimi. Nascquero così i gelsomini.
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    Il giovane gambero


    Un giovane gambero pensò: “Perchè nella mia famiglia tutti camminano all’indietro? Voglio imparare a camminare in avanti, come le rane, e mi caschi la coda se non ci riesco”.

    Cominciò ad esercitarsi di nascosto, tra i sassi del ruscello natio, e i primi giorni l’impresa gli costava moltissima fatica. Urtava dappertutto, si ammaccava la corazza e si schiacciava una zampa con l’altra. Ma un po’ alla volta le cose andarono meglio, perchè tutto si può imparare, se si vuole.
    Quando fu ben sicuro di sé, si presentò alla sua famiglia e disse:
    “State a vedere”.
    E fece una magnifica corsetta in avanti.

    “Figlio mio”, scoppiò a piangere la madre, “ti ha dato di volta il cervello? Torna in te, cammina come tuo padre e tua madre ti hanno insegnato, cammina come i tuoi fratelli che ti vogliono tanto bene”.
    I suoi fratelli però non facevano che sghignazzare.
    Il padre lo stette a guardare severamente per un pezzo, poi disse: “Basta così. Se vuoi restare con noi, cammina come gli altri gamberi. Se vuoi fare di testa tua, il ruscello è grande: vattene e non tornare più indietro”.

    Il bravo gamberetto voleva bene ai suoi, ma era troppo sicuro di essere nel giusto per avere dei dubbi: abbracciò la madre, salutò il padre e i fratelli e si avviò per il mondo.
    Il suo passaggio destò subito la sorpresa di un crocchio di rane che da brave comari si erano radunate a far quattro chiacchiere intorno a una foglia di ninfea.
    “Il mondo va a rovescio”, disse una rana,, “guardate quel gambero e datemi torno, se potete”.
    “Non c’è più rispetto”, disse un’altra rana.
    “Ohibò, ohibò”, disse una terza.

    Ma il gamberetto proseguì diritto, è proprio il caso di dirlo, per la sua strada. A un certo punto si sentì chiamare da un vecchio gamberone dall’espressione malinconica che se ne stava tutto solo accanto a un sasso.
    “Buon giorno”, disse il giovane gambero.
    Il vecchio lo osservò a lungo, poi disse: “Cosa credi di fare? Anch’io, quando ero giovane, pensavo di insegnare ai gamberi a camminare in avanti. Ed ecco che cosa ci ho guadagnato: vivo tutto solo, e la gente si mozzerebbe la lingua piuttosto che rivolgermi la parola. Fin che sei in tempo, dà retta a me: rassegnati a fare come gli altri e un giorno mi ringrazierai del consiglio”.

    Il giovane gambero non sapeva cosa rispondere e stette zitto. Ma dentro di sé pensava: “Ho ragione io”.
    E salutato gentilmente il vecchio riprese fieramente il suo cammino.
    Andrà lontano? Farà fortuna? Raddrizzerà tutte le cose storte di questo mondo? Noi non lo sappiamo, perchè egli sta ancora marciando con il coraggio e la decisione del primo giorno.

    Possiamo solo augurargli, di tutto cuore: “Buon viaggio!”.

    Gianni Rodari




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    La storia di Polia e Polifilo.

    L’Hypnerotomachia Poliphili (La battaglia d’amore in sogno di Polifilo) è tra i primi libri a stampa illustrati della storia; il testo, impaginato con eleganza ed equilibrio, è accompagnato da 172 xilografie, ossia immagini incise su lastre di legno.

    Edita nel 1499 dalla tipografia veneziana di Aldo Manuzio, l’opera ha come tema centrale l’amore platonico, rappresentato dalla ricerca da parte di Polifilo (letteralmente “colui che ama molte cose”) della donna amata, Polia (letteralmente “moltitudine”). Polifilo intraprende, in sogno, un vero e proprio viaggio onirico di iniziazione, raccontato in prima persona, che lo porterà ad affrontare difficili prove, ad attraversare luoghi impervi e a incontrare creature mostruose, figure mitologiche e allegoriche. Ma il protagonista si sveglia in un secondo sogno, all’interno del primo, in cui alcune ninfe lo conducono dalla loro regina e gli chiedono di dichiarare il suo amore per Polia, indi lo conducono davanti a tre porte. Polifilo sceglie la terza e lì trova Polia. I due sono condotti da altre ninfe in un tempio per la cerimonia del fidanzamento e lungo la strada passano attraverso cinque processioni trionfali che celebrano l’unione degli amanti. Finalmente la giovane coppia viene trasportata da una nave condotta dal dio dell’amore, Cupido, sull’isola di Citera, dove assistono ad un’altra processione trionfale che celebra la loro unione. A questo punto del romanzo si inserisce una seconda voce, quella di Polia, che descrive l’erotomachia dal suo punto di vista. Il racconto ritorna nelle parole di Polifilo quando viene respinto da Polia, ma Cupido le appare in sogno e la costringe a tornare dall’amato, che appare svenuto, come morto, ai suoi piedi, e a riportarlo in vita con un bacio. Gli amanti finalmente riuniti vengono benedetti da Venere, ma quando Polifilo sta per prendere Polia tra le sue braccia, ella si dissolve nell’aria e Polifilo si sveglia.

    Il significato reale del racconto è incredibilmente difficile da interpretare, anche a causa delle citazioni e dei continui richiami a miti e leggende greche e latine. Il linguaggio usato dall’autore è altrettanto complesso e intreccia italiano e latino, con inclusione di eruditi termini greci che contribuiscono a impreziosirne il lessico e ad aumentarne la problematicità semantica. Le parole scritte si mescolano alle originali immagini grafiche che creano un mondo fantastico e affascinante, di cui l’osservatore entra a far parte. Non da ultimo, Aldo Manuzio ha arricchito il volume inventando impaginazioni dalle strutture innovative, in cui il testo non rispetta una composizione tradizionale che assecondi la sagoma rettangolare del foglio, ma viene modellato secondo linee e schemi mai visti prima tra le pagine di un libro.
    L’opera va quindi interpretata e ammirata nella sua interezza, prendendo atto che i suoi elementi di fascino derivano anche dal rapporto e dalla compenetrazione tra immagini e testo nell’impaginazione, che dà vita ad una vera e propria fusione lessicale e visiva.
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    Rinaldo e Armida.

    La storia di Rinaldo e Armida, suggestiva storia d'amore e di magia, occupa uno spazio ben definito all'interno del poema di Torquato Tasso "Gerusalemme liberata", pubblicato nel 1575, in cui vengono descritti gli scontri tra cristiani e musulmani alla fine della Prima Crociata, durante l'assedio di Gerusalemme.
    Il personaggio di Rinaldo è un famoso Paladino dell'epica medievale francese, protagonista di antiche leggende e storie d'armi, le cui avventure sono state tramandate e ampliate da poeti e letterati dall'epoca carolingia in avanti.
    Armida, un'invenzione poetica di Torquato Tasso, è una bellissima Maga che incarna la seduzione magica e peccaminosa che conduce all’abbandono della razionalità, un poco come la Maga Circe nell'Odissea.
    La Gerusalemme liberata racconta le gesta dei crociati cristiani per liberare il Sacro Sepolcro, contro di loro si battono i guerrieri pagani appoggiati dalle potenze infernali che cercano di distogliere dalla battaglia i più valorosi condottieri cristiani.
    La maga Armida, ingaggiata dalle forze del male, Armida, si reca nel campo cristiano, in apparenza per chieder soccorso, in realtà per distoglierli dalla guerra, cercando di attrarre a sé, i più valorosi guerrieri.
    Con pianti e lamenti ottiene che il capo, Goffredo di Buglione, dieci cavalieri scelti fra quelli di ventura per aiutarla a riconquistare il regno perduto di Damasco.
    Armida sfodera tutte le sue arti ammaliatrici nei confronti dei dieci cavalieri e prepara un potente sortilegio grazie al quale sedurrà Rinaldo quando si reca nel suo palazzo per liberare l'amico Tancredi e gli altri 50 crociati irretiti dalle arti magiche della donna e tenuti prigionieri.
    Ma durante la preparazione della magia qualcosa però va storto e Armida rimane vittima della sua stessa magia e si innamora di Rinaldo che a sua volta dimentica la battaglia e l'assedio e va con l'amata sulla nave della Fortuna al di là delle Colonne d'Ercole fino alle isole Fortunate nel mezzo dell'Oceano, dove Rinaldo e Armida vivono in un castello immerso in un giardino di eterne delizie.
    L'idillio fra i due amanti viene spezzato dall'arrivo di due crociati, che convincono Rinaldo a guardarsi riflesso in un lucido scudo (magico anche questo), dove vede riflesso un'immagine molle, effeminata.
    L'immagine della sua degradazione ed i rimproveri dei compagni lo risvegliano bruscamente dal sogno e l'eroe rinsavisce e lascia il giardino incantato.
    Armida lo prega di restare, usa tutta la seduzione di cui è capace, ma resta sola e disperata sulla spiaggia dell'isola.
    Durante la grande battaglia finale in cui Rinaldo uccide il capo dei Saraceni i due ex amanti si incontrano, Armida, assetata di vendetta, vorrebbe ucciderlo, ma l'amore è più forte e fugge tentando il suicidio.
    Rinaldo non resta insensibile alla donna, la dissuade dall'usare violenza a sé stessa e si riconcilia con lei invitandola a farsi cristiana salvandola in senso assoluto.

    Il personaggio di Armida ha ispirato artisti d'ogni genere, tra il XVII e i primi anni del XX secolo sono state scritte più di cento fra opere liriche e balletti, nonché dipinti raffiguranti le varie scene d'amore e di abbandono.
    La nostalgia mi ruba i colori della vita. (Cristina Campo)


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