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Discussione: Ulisse nella poesia e nella letteratura

          
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    Ulisse nella poesia e nella letteratura

    Ulisse è certamente uno degli eroi mitologici più affascinanti ed iconici. "Uomo dal multiforme ingegno" per citare Omero, è il simbolo di chi non si arresta alle prime difficoltà e che cerca sempre dentro di sè le risorse per superare tutti gli ostacoli.

    Canto XXVI della Divina Commedia


    «Quando

    mi diparti’ da Circe, che sottrasse
    me più d’un anno là presso a Gaeta,
    prima che sì Enea la nomasse,

    né dolcezza di figlio, né la pieta
    del vecchio padre, né ’l debito amore
    lo qual dovea Penelopé far lieta,

    vincer potero dentro a me l’ardore
    ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto,
    e de li vizi umani e del valore;

    ma misi me per l’alto mare aperto
    sol con un legno e con quella compagna
    picciola da la qual non fui diserto.

    L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,
    fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,
    e l’altre che quel mare intorno bagna.

    Io e ’ compagni eravam vecchi e tardi
    quando venimmo a quella foce stretta
    dov’Ercule segnò li suoi riguardi,

    acciò che l’uom più oltre non si metta:
    da la man destra mi lasciai Sibilia,
    da l’altra già m’avea lasciata Setta.

    "O frati", dissi "che per cento milia
    perigli siete giunti a l’occidente,
    a questa tanto picciola vigilia

    d’i nostri sensi ch’è del rimanente,
    non vogliate negar l’esperienza,
    di retro al sol, del mondo sanza gente.

    Considerate la vostra semenza:
    fatti non foste a viver come bruti,
    ma per seguir virtute e canoscenza".

    Li miei compagni fec’io sì aguti,
    con questa orazion picciola, al cammino,
    che a pena poscia li avrei ritenuti;

    e volta nostra poppa nel mattino,
    de’ remi facemmo ali al folle volo,
    sempre acquistando dal lato mancino.

    Tutte le stelle già de l’altro polo
    vedea la notte e ’l nostro tanto basso,
    che non surgea fuor del marin suolo.

    Cinque volte racceso e tante casso
    lo lume era di sotto da la luna,
    poi che ’ntrati eravam ne l’alto passo,

    quando n’apparve una montagna, bruna
    per la distanza, e parvemi alta tanto
    quanto veduta non avea alcuna.

    Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto,
    ché de la nova terra un turbo nacque,
    e percosse del legno il primo canto.

    Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
    a la quarta levar la poppa in suso
    e la prora ire in giù, com’altrui piacque,

    infin che ’l mar fu sovra noi richiuso».

  2. #2
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    Ulisse di Alfred Tennyson nella traduzione di Giovanni Pascoli



    Re neghittoso alla vampa del mio focolare tranquillo
    star, con antica consorte, tra sterili rocce, non giova
    e misurare e pesare le leggi ineguali a selvaggia
    gente che ammucchia, che dorme, che mangia e che non mi conosce.

    Starmi non posso dall’errar mio: vuò bere la vita
    sino alla feccia.Per tutto il mio tempo ho molto gioito,
    molto sofferto, e con quelli che in cuor mi amarono, e solo;
    tanto sull’arida terra, che quando tra rapidi nembi
    l’Iadi piovorne travagliano il mare velato di brume.

    Nome acquistai, ché sempre errando con avido cuore
    molte città vidi io, molti uomini, e seppi la mente
    loro, e la mia non il meno; ond’ero nel cuore di tutti:
    e di lontane battaglie coi pari io bevvi la gioia,
    là nel pianoro sonoro di Troia battuta dal vento.

    Ciò che incontrai nella mia strada,ora ne sono una parte.
    Pur,ciò ch’io vidi è l’arcata che s’apre sul nuovo:
    sempre ne fuggono i margini via, man mano che inoltro.

    Stupida cosa il fermarsi,il conoscersi un fine, il restare
    sotto la ruggine opachi nè splendere più nell’attrito.

    Come se il vivere sia quest’alito!vita su vita
    poco sarebbe,ed a me d’una, ora,un attimo resta.

    Pure, è un attimo tolto all’eterno silenzio, ed ancora
    porta con sè nuove opere, e indegna sarebbe,per qualche
    due o tre anni,riporre me stesso con l’anima esperta
    ch’arde e desìa di seguir conoscenza:la stella che cade
    oltre il confine del cielo,di là dell’umano pensiero.

    Ecco mio figlio, Telemaco mio, cui ed isola e scettro
    lascio; che molto io amo; che sa quest’opera, accorto,
    compiere; mansuefare una gente selvatica, adagio,
    dolce, e così via via sottometterla all’inutile e al bene.

    Irreprensibile egli è, ben nel mezzo ai doveri,
    pio, che non mai mancherà nelle tenere usanze, e nel dare
    il convenevole culto agli dei della nostra famiglia,
    quando non sia qui io: il suo compito e’ compie; io, il mio.

    Eccolo il porto, laggiù: nel vascello si gonfia la vela:
    ampio nell’oscurità si rammarica il mare. Compagni
    cuori ch’avete con me tollerato, penato, pensato,
    voi che accoglieste, ogni ora, con gaio ed uguale saluto
    tanto la folgore, quanto il sereno, che liberi cuori,
    liberi fronti opponeste: oh! Noi siam vecchi, conpagni;
    pur la vecchiezza anch’ella ha il pregio, ha il compito: tutto
    chiude la Morte; ma può qualche opera compiersi prima
    D’uomini degna che già combatterono a prova coi Numi!
    Già da’ tuguri sui picchi le luci balenano: il lungo
    giorno dilegua, al luna insensibile monta; l’abisso
    geme e sussurra all’intorno le mille sue luci. Venite:
    tardi non è per coloro che cercano un mondo novello.


    Uomini, al largo, e sedendovi in ordine, i solchi sonori
    via percotete: ho fermo nel cuore passare il tramonto
    ed il lavacro degli astri di là: fin ch’abbia la morte.

    Forse è destino che i gorghi del mare ci affondino; forse,
    nostro destino è toccar quelle isole della Fortuna,
    dove vedremo l’a noi già noto, magnanimo Achille.

    Molto perdemmo, ma molto ci resta: non siamo la forza
    più che nei giorni lontani moveva la terra ed il cielo:
    noi, s’è quello che s’è: una tempera d’eroici cuori,
    sempre la stessa: affraliti dal tempo e dal fato, ma duri
    sempre in lottare e cercare e trovare né cedere mai.

  3. #3
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    Di Kostantino Kavafis

    Itaca

    Quando ti metterai in viaggio per Itaca
    devi augurarti che la strada sia lunga,
    fertile in avventure e in esperienze.
    I Lestrigoni e i Ciclopi
    o la furia di Nettuno non temere,
    non sarà questo il genere di incontri
    se il pensiero resta alto e un sentimento
    fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
    In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
    né nell’irato Nettuno incapperai
    se non li porti dentro
    se l’anima non te li mette contro.

    Devi augurarti che la strada sia lunga.
    Che i mattini d’estate siano tanti
    quando nei porti – finalmente e con che gioia –
    toccherai terra tu per la prima volta:
    negli empori fenici indugia e acquista
    madreperle coralli ebano e ambre
    tutta merce fina, anche profumi
    penetranti d’ogni sorta;
    più profumi inebrianti che puoi,
    va in molte città egizie
    impara una quantità di cose dai dotti

    Sempre devi avere in mente Itaca –
    raggiungerla sia il pensiero costante.
    Soprattutto, non affrettare il viaggio;
    fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
    metta piede sull’isola, tu, ricco
    dei tesori accumulati per strada
    senza aspettarti ricchezze da Itaca.
    Itaca ti ha dato il bel viaggio,
    senza di lei mai ti saresti messo
    in viaggio: che cos’altro ti aspetti?

    E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
    Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
    già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

    (1911)

  4. #4
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    Ulisse coperto di sale di Roberto Roversi cantato da Lucio Dalla.
    Anidride Solforosa (1975)

    Ulisse coperto di sale

    Vedo le stanze imbiancate
    tutte le finestre spalancate.
    Neve non c’è, il sole c’è,
    nebbia non c’è, il cielo c’è!

    Tutto scomparso, tutto cambiato
    mentre ritorno da un mio passato
    tutto è uguale, irreale
    sono Ulisse coperto di sale!

    È vero
    la vita è sempre un lungo, lungo ritorno.
    Ascolta,
    io non ho paura dei sentimenti.
    E allora guarda,
    io sono qui,
    ho aperto adagio adagio con la chiave;
    come un tempo
    ho lasciato la valigia sulla porta
    ‒ ho lasciato la valigia sulla porta.

    Ho guardato intorno prima di chiamare, chiamare
    non ho paura,
    ti dico che sono tornato per trovare, trovare
    come una volta
    dentro a questa casa
    la mia forza
    come Ulisse che torna dal mare
    come Ulisse che torna dal mare.

    Una mano di calce bianca
    sulle pareti della mia stanza
    cielo giallo di garbino,
    occhio caldo di bambino!

    Tiro il sole fin dentro la stanza
    carro di fuoco che corre sul cuore
    perché ogni giorno è sabbia e furore
    e sempre uguali non sono le ore!

    Voglio dirti:
    non rovesciare gli anni come un cassetto vuoto.
    Ascolta:
    anche i giovani non hanno paura di un amore
    e mai, mai, mai
    strappano dal cuore i sentimenti;
    io ti guardo,
    la tua forza è un’ombra di luce
    la tua forza è un’ombra di luce.

    ‒ La mano affondata
    nel vento del vento,
    aria calda,
    urlano quelle nostre ore
    strette in un pugno
    urlano come gli uccelli,
    i sassi si consumano,
    non si consuma la vita
    la giornata è uguale
    a una mano che è ferita
    io sono Ulisse al ritorno
    Ulisse coperto di sale!
    Ulisse al principio del giorno!




    Itaca di Gianfranco Baldazzi e Sergio Bardotti cantata da Lucio Dalla
    Storie di casa mia (1971)


    Capitano che hai negli occhi
    il tuo nobile destino
    pensi mai al marinaio
    a cui manca pane e vino?
    Capitano che hai trovato
    principesse in ogni porto
    pensi mai al rematore
    che sua moglie crede morto.

    Itaca Itaca Itaca
    la mia casa ce l’ho solo là,
    Itaca Itaca Itaca
    a casa io voglio tornare
    dal mare dal mare dal mare…

    Capitano le tue colpe
    pago anch’io coi giorni miei
    mentre il mio più gran peccato
    fa sorridere gli dei
    e se muori, è un re che muore
    la tua casa avrà un erede
    quando io non torno a casa
    entran dentro fame e sete.

    Itaca Itaca Itaca
    la mia casa ce l’ho solo là,
    Itaca Itaca Itaca
    a casa io voglio tornare
    dal mare dal mare dal mare…

    Capitano che risolvi
    con l’astuzia ogni avventura
    ti ricordi di un soldato
    che ogni volta ha più paura?
    Ma anche la paura in fondo
    mi dà sempre un gusto strano...
    Se ci fosse ancora mondo
    sono pronto, dove andiamo?… [*]

    Itaca Itaca Itaca
    la mia casa ce l’ho solo là,
    Itaca Itaca Itaca
    a casa io voglio tornare
    dal mare dal mare dal mare…


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  6. #5
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    Torquato Tasso La Gerusalemme liberata

    "
    Ercole, poi ch’uccisi i mostri ebbe di Libia e del paese ispano,
    e tutti scòrsi e vinti i lidi vostri,
    non osò di tentar l’alto oceano:
    segnò le mète, e ’n troppo brevi chiostri
    l’ardir ristrinse de l’ingegno umano;
    ma quei segni sprezzò ch’egli prescrisse.
    di veder vago e di saper, Ulisse.
    Ei passò le Colonne, e per l’aperto
    mare spiegò de’ remi il volo audace;
    ma non giovogli esser ne l’onde esperto,
    perché inghiottillo l’ocean vorace,
    e giacque co ’l suo corpo anco coperto
    il suo gran caso, ch’or tra voi si tace.
    S’altri vi fu da’ venti a forza spinto,
    o non tornovvi o vi rimase estinto;
    sí ch’ignoto è ’l gran mar che solchi: ignote
    isole mille e mille regni asconde;
    né già d’abitator le terre han vòte,
    ma son come le vostre anco feconde:
    son esse atte al produr, né steril pote
    esser quella virtú che ’l sol n’infonde."

    Come si vede c'è un chiaro riferimento a Dante e "il volo audace" richiama immediatamente il "folle volo" del Sommo Poeta.

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  8. #6
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    Scusate se sono autoreferenziale, ma come poteva mancare questa mia poesia scritta sei anni fa proprio per il Forum?

    A Ulisse


    E prende il largo
    d'Itaca il re,
    l'ingegno multiforme al nuovo aperto .
    E la tua nave, prode Odissèo,
    lascia il passato
    occhi rivolti al Destino,
    seme itacense,
    gli occhi della bella Calypso
    più non rimembra,
    e non rimembra più
    le dolci muliebri braccia
    bianche e di loto odorose.
    Và, Odisseo, Telemaco lascia,
    e di Calypso il frutto
    del seme tuo
    lascia.
    Và, và oltre le colonne,
    ad incontrar Destino!
    Lotofagi non troverai,
    è pur vero,
    ma il dannato Futuro
    frutto di speme e del multiforma ingegno tuo.
    Và, e dànnati,
    Lestrìgoni lascia,
    ma sappi, Uticense:
    la dannata tua ricerca
    più non sarà vera,
    al Ver non corrisponde.
    Ubriaco di speme
    affonderà, il sai,
    lo legno tuo.

    E perderai la Speme, ed i tuoi forti lombi
    più gustar non potranno
    delle femminee curve.
    Affonderà lo legno tuo
    ma, non ti devi curar:
    il tuo straziato corpo
    tratto sarà dai flutti e consegnato
    alla bella Calypso
    ch'ognor attende
    il tuo ritorno,
    gli occhi scrutanti la lingua d'orizzonte
    del tristo mare...

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  10. #7
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    Ulisse

    Nella mia giovinezza ho navigato
    lungo le coste dalmate. Isolotti
    a fior d'onda emergevano, ove raro
    un uccello sostava intento a prede,
    coperti d'alghe, scivolosi, al sole
    belli come smeraldi. Quando l'alta
    marea e la notte li annullava, vele
    sottovento sbandavano più al largo,
    per fuggirne l'insidia. Oggi il mio regno
    è quella terra di nessuno. Il porto
    accende ad altri i suoi lumi; me al largo
    sospinge ancora il non domato spirito,
    e della vita il doloroso amore.

    Umberto Saba



    Nella lirica, tratta da Mediterranee e pubblicata nel 1948 come conclusione del Canzoniere, l'eroe omerico nel titolo diventa il simbolo della brama di conoscenza dell'uomo e della sua voglia di infrangerne i limiti,
    A ciascuno e' affidato il compito di vegliare sulla solitudine dell'altro.

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  12. #8
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    Ciao, Chomsky !

  13. #9
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    I miei saluti Sir!

    L'ULTIMO VIAGGIO DI ULISSE di Giovanni Pascoli

    E la corrente tacita e soave
    più sempre avanti sospingea la nave.
    E il vecchio vide che le due Sirene,
    le ciglia alzate su le due pupille,
    avanti sè miravano, nel sole
    fisse, od in lui, nella sua nave nera.
    E su la calma immobile del mare,
    alta e sicura egli inalzò la voce.
    "Son io! Son io, che torno per sapere!
    Chè molto io vidi, come voi vedete
    me. Sì; ma tutto ch’io guardai nel mondo,
    mi riguardò; mi domandò: Chi sono?"
    E la corrente rapida e soave
    più sempre avanti sospingea la nave.
    E il vecchio vide un grande mucchio d’ossa
    d’uomini, e pelli raggrinzate intorno,
    presso le due Sirene, immobilmente
    stese sul lido, simili a due scogli.
    "Vedo. Sia pure. Questo duro ossame
    cresca quel mucchio. Ma,
    cresca quel mucchio. Ma, voi due, parlate!
    Ma dite un vero, un solo a me, tra il tutto,
    prima ch’io muoia, a ciò ch’io sia vissuto!"
    E la corrente rapida e soave
    più sempre avanti sospingea la nave.
    E s’ergean su la nave alte le fronti,
    con gli occhi fissi delle due Sirene.
    "Solo mi resta un attimo. Vi prego!
    Ditemi almeno chi sono io, chi ero!"
    E tra i due scogli si spezzò la nave.

    [...]

    Da "Poemi Conviviali"

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    L'isola di Ulisse di Salvatore Quasimodo


    Ferma e’ l’antica voce.
    Odo risonanze effimere,
    oblio di piena notte
    nell’acqua stellata.

    Dal fuoco celeste
    nasce l’isola di Ulisse.
    Fiumi lenti portano alberi e cieli
    nel rombo di rive lunari.

    Le api, amata, ci recano l’oro:
    tempo delle mutazioni, segreto.

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    "Odysseus" di Francesco Guccini dove, anche qui, si ricollega al "folle volo". Da notare che "Odysseus" è contenuto nell'album "Ritratti" che presenta anche la canzone "Cristoforo Colombo" che è quasi l'alter ego di Ulisse, così considerato da tanti commentatori. Se Plutarco fosse vissuto qualche millennio più tardi avrebbe scritto un altro episodio delle "Vite parallele".

    Bisogna che lo affermi fortemente che, certo, non appartenevo al mare
    anche se i Dei d’Olimpo e umana gente mi sospinsero un giorno a navigare
    e se guardavo l’isola petrosa, ulivi e armenti sopra a ogni collina
    c’era il mio cuore al sommo d’ogni cosa, c’era l’anima mia che è contadina,
    un’isola d’aratro e di frumento senza le vele, senza pescatori,
    il sudore e la terra erano argento, il vino e l’olio erano i miei ori….

    Ma se tu guardi un monte che hai di faccia senti che ti sospinge a un altro monte,
    un’isola col mare che l’abbraccia ti chiama a un’altra isola di fronte
    e diedi un volto a quelle mie chimere, le navi costruii di forma ardita,
    concavi navi dalle vele nere e nel mare cambiò quella mia vita…
    E il mare trascurato mi travolse, seppi che il mio futuro era sul mare
    con un dubbio però che non si sciolse, senza futuro era il mio navigare…
    Ma nel futuro trame di passato si uniscono a brandelli di presente,
    ti esalta l’acqua e al gusto del salato brucia la mente
    e ad ogni viaggio reinventarsi un mito a ogni incontro ridisegnare il mondo
    e perdersi nel gusto del proibito sempre più in fondo…
    E andare in giorni bianchi come arsura, soffio di vento e forza delle braccia,
    mano al timone, sguardo nella prua, schiuma che lascia effimera una traccia,
    andare nella notte che ti avvolge scrutando delle stelle il tremolare
    in alto l’Orsa è un segno che ti volge diritta verso il nord della Polare.
    E andare come spinto dal destino verso una guerra, verso l’avventura
    e tornare contro ogni vaticino contro gli Dei e contro la paura.
    E andare verso isole incantate, verso altri amori, verso forze arcane,
    compagni persi e navi naufragate per mesi, anni, o soltanto settimane…
    La memoria confonde e dà l’oblio, chi era Nausicaa, e dove le sirene?
    Circe e Calypso perse nel brusio di voci che non so legare assieme,
    mi sfuggono il timone, vela, remo, la frattura fra inizio ed il finire,
    l’urlo dell’accecato Polifemo ed il mio navigare per fuggire…
    E fuggendo si muore e la mia morte sento vicina quando tutto tace
    sul mare, e maldico la mia sorte, non provo pace,
    forse perché sono rimasto solo, ma allora non tremava la mia mano
    e i remi mutai in ali al folle volo oltre l’umano…
    La via del mare segna false rotte, ingannevole in mare ogni tracciato,
    solo leggende perse nella notte perenne di chi un giorno mi ha cantato
    donandomi però un’eterna vita racchiusa in versi, in ritmi, in una rima,
    dandomi ancora la gioia infinita di entrare in porti sconosciuti prima…


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    Cristoforo Colombo


    È gia stanco di vagabondare sotto un cielo sfibrato
    per quel regno affacciato sul mare che dai Mori è insidiato
    e di terra ne ha avuta abbastanza, non di vele e di prua,
    perché ha trovato una strada di stelle nel cielo dell’anima sua.
    Se lo sente, non può più fallire, scoprirà un nuovo mondo;
    quell’attesa lo lascia impaurito di toccare già il fondo.
    Non gli manca il coraggio o la forza per vivere quella follia
    e anche senza equipaggio, anche fosse un miraggio ormai salperà via.

    E la Spagna di spada e di croce riconquista Granata,
    con chitarre gitane e flamenco fa suonare ogni strada;
    Isabella è la grande regina del Guadalquivir
    ma come lui è una donna convinta che il mondo non pùo finir lì,.
    Ha la mente già tesa all’impresa sull’oceano profondo,
    caravelle e una ciurma ha concesso, per quel viaggio tremendo,
    per cercare di un mondo lontano ed incerto che non sa se ci sia
    ma è già l’alba e sul molo l’abbraccia una raffica di nostalgia.
    E naviga, naviga via
    verso un mondo impensabile ancora da ogni teoria
    e naviga, naviga via,
    nel suo cuore la Niña, la Pinta e la Santa Maria.

    È da un mese che naviga a vuoto quell’Atlantico amaro,
    ma continua a puntare l’ignoto con lo sguardo corsaro;
    sarà forse un’assurda battaglia ma ignorare non puoi
    che l’Assurdo ci sfida per spingerci ad essere fieri di noi.
    Quante volte ha sfidato il destino aggrappato ad un legno,
    per fortuna che il vino non manca e trasforma la vigliaccheria
    di una ciurma ribelle e già stanca, in un’isola di compagnia.

    E naviga, naviga via,
    sulla prua che s’impenna violenta lasciando una scia,
    naviga, naviga via
    nel suo cuore la Niña, la Pinta e la Santa Maria.

    Non si era sentito mai solo come in quel momento
    ma ha imparato dal vivere in mare a non darsi per vinto;
    andrà a sbattere in quell’orizzonte, se una terra non c’è,
    grida: “Fuori sul ponte compagni dovete fidarvi di me!”
    Anche se non accenna a spezzarsi quel tramonto di vetro,
    ma li aspettano fame e rimorso se tornassero indietro,
    proprio adesso che manca un respiro per giungere alla verità,
    a quel mondo che ha forse per faro una fiaccola di libertà.

    E naviga, naviga là
    come prima di nascere l’anima naviga già,
    naviga, naviga ma
    quell’oceano è di sogni e di sabbia
    poi si alza un sipario di nebbia
    e come un circo illusorio s’illumina l’America.

    Dove il sogno dell’oro ha creato
    mendicanti di un senso
    che galleggiano vacui nel vuoto
    affamati d’immenso.
    Là babeliche torri di cristallo
    già più alte del cielo
    fan subire al tuo cuore uno stallo
    come a un Icaro in volo
    Dove da una prigione a una luna d’amianto
    “l’uomo morto cammina”
    dove il Giorno del Ringraziamento
    il tacchino in cucina
    e mentre sciami assordanti d’aerei
    circondano di ragnatele
    quell’inutile America amara
    leva l’ancora e alza le vele.

    E naviga, naviga via
    più lontano possibile
    da quell’assordante bugia
    naviga, naviga via
    nel suo cuore la Niña, la Pinta e la Santa Maria.


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    Iosif Brodskij premio Nobel per la letteratura 1987

    Odisseo a Telemaco


    Telemaco mio,
    la guerra di Troia è finita.
    Chi ha vinto non ricordo.
    Probabilmente i greci: tanti morti
    fuori di casa sanno spargere
    i greci solamente. Ma la strada
    di casa è risultata troppo lunga.
    Dilatava lo spazio Poseidone
    mentre laggiù noi perdevamo il tempo.
    Non so dove mi trovo, ho innanzi un’isola
    brutta, baracche, arbusti, porci e un parco
    trasandato e dei sassi e una regina.
    Le isole, se viaggi tanto a lungo,
    si somigliano tutte, mio Telemaco:
    si svia il cervello, contando le onde,
    lacrima l’occhio – l’orizzonte è un bruscolo -,
    la carne acquatica tura l’udito.
    Com’è finita la guerra di Troia
    io non so più e non so più la tua età.
    Cresci Telemaco. Solo gli Dei
    sanno se mai ci rivedremo ancora.
    Ma certo non sei più quel pargoletto
    davanti al quale io trattenni i buoi.
    Vivremmo insieme, senza Palamede.
    Ma forse ha fatto bene: senza me
    dai tormenti di Edipo tu sei libero,
    e sono puri i tuoi sogni, Telemaco.

    da Fermata nel deserto 1972

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    Da "Omeros" Derek Walcott

    "Curvi sui remi, sorridono: "Questa è la nostra Calypso
    Capitano che ci tratti come porci, tu non rivedrai la costa
    Che questo sole ti bruci fino a farti negro e ti spacchi le labbra

    che ti tolga la voglia di dare ordini, in culo te e la tua guerra"
    Il piccone fermo in ozio. Nessun remo alza un dito.
    Vesciche fioriscono sulle mani. L'attonita trireme vira

    dalla parte sbagliata, come il cantante dalla vista rannuvolata
    che pizzica le corde del mare, torna indietro verso il sogno
    di Elena, indietro verso l'isola dove sulla loro schiena curva

    si rizzarono le setole; rovistarono tra i mucchi di letame di Circe
    quando il suo lungo braccio bianco versò il vino che incanta
    e li fece accoppiare tra fresche lenzuola. "Capitano, ragazzo? Chiedi

    pietà che il vento giri, perché qualche volta il tuo cuore
    è duro come l'albero di maestra, sogni Itaca, ti rivolgi
    ai tuoi dei. Che possano essere distanti dal tuo vagare

    come i nostri dei in Africa. Passano
    da un isola all'altra. "E ancora non siamo a casa."
    Il nostromo alzò il piccone, e il metro

    dei lunghi remi lentamente si adeguò al ritmo
    mentre la prua s'indirizzava. Vide un palazzo di pietra calcarea
    sul piccolo porto. Vide una rondine di mare sfiorare

    l'acqua arpeggiata dal sole, e sentì la formica di una brezza
    attraversargli la fronte, e ora i colpi di remo del bruco
    alzavano la crisalide, aperta nel ventaglio delle vele

    spiegate mentre la scia era recisa dalla prora.
    Il rapido piccone batteva come il cuore di Odisseo;
    e se avete visto una farfalla governare la propria ombra

    in una calda cala a maeezogiorno o una canoa carica
    fare rotta verso i corni di un'isola, allora saprete
    perché la bocca di un porto si apre con gioia, perché la ciurma

    di negri, gli schiavi e il capitano, alla fine dell'impresa,
    gridavano in coro mentre sentivano i solchi dell'onda
    alzarsi e ricadere con i loro cuori, perché i rematori chiudevano

    gli occhi pregando di essere diretti a casa. Sapevano
    che le cangianti correnti dei Caraibi da Andros a Castries
    potevano trascinarli fino a Margarita o Curacao,

    che più ci si avvicinava a casa, più crescevano le paure
    che nessuna casa ci sarebbe venuta incontro sulla nostra costa
    e i pescatori temono questo proprio come Ulisse

    finchè non vedono l'occhio solitario del faro lampeggiare.
    Poi il battere del cuore si armonizza a quello dei remi
    e le mani piagate piangono per le palme o per gli ulivi."

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    Ovidio - Heroides
    Penelope a Ulisse

    Questa lettera te la invia la tua Penelope, o Ulisse che indugi a tornare. Ma non rispondermi, vieni di persona! Troia, odiata dalle donne greche, di certo è abbattuta; Priamo e Troia tutta a malapena valevano tanto! Oh se allora, quando con la nave si dirigeva verso Lacedemone, l'adultero fosse stato sommerso dal furore delle acque! Io non sarei rimasta nel gelo di un letto vuoto e, abbandonata, non mi sarei lamentata dell'interminabile trascorrere dei giorni, né, mentre cercavo di ingannare il grande spazio della notte, la tela ricadente avrebbe stancato le mie mani, prive di te. Quando non ebbi a temere pericoli più spaventosi di quelli reali? L'amore è un sentimento permeato di paure angosciose.

    Immaginavo i Troiani che stavano per scagliarsi con violenza contro di te; all'udire il nome di Ettore impallidivo sempre; se qualcuno raccontava che Antiloco era stato vinto da Ettore, era Antiloco la causa della mia paura; se si raccontava che il figlio di Menezio era caduto mentre indossava armi non sue, lamentavo che gli inganni potessero non avere buon esito. Con il suo sangue Tlepolemo aveva intiepidito l'asta licia: la mia angoscia fu rinnovata dalla morte di Tlepolemo. Alla fine, chiunque venisse sgozzato in campo Acheo, il mio cuore di innamorata diventava più freddo del ghiaccio. Ma un dio di giustizia venne in aiuto al mio casto amore: Troia è ridotta in cenere, mio marito è salvo. I capi argolici sono ritornati, gli altari fumano, il bottino dei barbari viene offerto agli dèi dei nostri padri; le giovani spose portano doni di ringraziamento per la salvezza dei mariti, ed essi cantano i destini di Troia, vinti dai loro destini. I vecchi saggi e le fanciulle trepidanti sono in ammirazione, la sposa pende dalle labbra del marito che racconta. E qualcuno, sulla tavola apparecchiata, illustra gli aspri combattimenti e dipinge con una piccola quantità di vino Pergamo tutta: "Di qua scorreva il Simoenta, questa è la zona del Sigeo, qui si ergeva, una volta, la superba reggia del vecchio Priamo; là era attendato il figlio di Eaco, là Ulisse, qui il cadavere straziato di Ettore atterrì i cavalli lanciati nella corsa". Il vecchio Nestore, infatti, aveva riferito ogni cosa a tuo figlio, inviato a cercarti e lui a me. Mi raccontò di Reso e di Dolone, massacrati col ferro, e come uno fosse stato colto nel sonno, l'altro con l'inganno. Hai avuto il coraggio, troppo, troppo dimentico dei tuoi, di entrare nell'accampamento dei Traci con un agguato notturno e, di trucidare con l'aiuto di un solo compagno tanti guerrieri. Eri davvero prudente e ti preoccupavi anzitutto di me! Per la paura il cuore mi palpitava di continuo finché si seppe che, vittorioso, avevi attraversato il campo alleato sui destrieri traci. Ma che giova a me che Ilio sia stata distrutta dalle vostre braccia e che sia nuda terra quello che prima era muro, se resto nella stessa condizione di quando Troia era ancora in piedi e se devo sentire la mancanza dello sposo, che è sempre assente?

    Distrutta per gli altri, per me sola resti ancora in piedi, Pergamo che, il colono vincitore ara con i buoi catturati. Dove una volta sorgeva Troia, ora c'è il grano e il terreno da mietere con la falce è in pieno rigoglio, reso fecondo dal sangue troiano; le ossa affioranti dei guerrieri sono colpite dalle lame ricurve degli aratri, l'erba ricopre le rovine delle case. Tu, che pure sei vincitore, te ne stai lontano e non mi è dato sapere quale sia la causa del ritardo o in quale parte del mondo tu, crudele, te ne stia nascosto. Chiunque diriga la sua nave straniera a questi lidi, riparte solo dopo che l'ho interrogato a lungo su di te e gli viene affidata una lettera scritta di mio pugno per consegnartela, se mai ti vedesse in qualche luogo. Ho mandato a Pilo, terra del vecchio Nestore, figlio di Neleo: da Pilo mi sono tornate notizie incerte. Ho mandato anche a Sparta, anche Sparta non sa nulla di vero. In quali terre vivi, o dove indugi lontano? Sarebbe meglio che fossero ancora in piedi le mura di Febo - mi adiro, ahimè, incoerente, contro i miei stessi desideri! -: saprei dove combatti e avrei timore solo della guerra ed il mio lamento si unirebbe a molti altri. Non so di cosa ho paura, ma, da insensata, ho paura di tutto e vasto spazio si offre alle mie angosce. Qualunque pericolo del mare e della terra sospetto che sia la causa di un ritardo così prolungato. Mentre sono in preda a sciocchi timori, tu puoi essere preso dall'amore per una straniera - tale è l'indole vogliosa di voi uomini! Forse le racconti anche quanto è zotica tua moglie, buona soltanto a cardare la lana. Possa io ingannarmi e questo sospetto svanisca nell'aria leggera, e non avvenga che tu, libero di tornare, voglia restare lontano! Il padre Icario mi spinge ad abbandonare il letto vuoto e continua a rimproverare la mia interminabile attesa. Continui pure a rimproverare! Sono tua, devo essere considerata tua: io, Penelope, sarò sempre la sposa di Ulisse. Ma alla fine mio padre si lascia commuovere dalla mia devozione e dalle mie caste preghiere e modera le sue pressioni. I pretendenti di Dulichio, di Samo e quelli nati nella rocciosa Zacinto mi assalgono, moltitudine dissoluta, e fanno da padroni nella tua reggia, senza che nessuno gli si opponga: nostro figlio, i tuoi beni si divorano! Perché raccontarti di Pisandro, di Polibo e del crudele Medonte, delle mani rapaci di Eurimaco e Antinoo e di tutti gli altri che tu stesso, con la tua vergognosa assenza, alimenti con i beni che hai conquistato col sangue? Iro, il mendicante e Melanto che guida il gregge destinato ai banchetti, sono l'onta suprema che si aggiunge alla tua rovina. Siamo tre di numero, indifesi: una donna senza forze, un vecchio, Laerte, un ragazzo, Telemaco. Quest'ultimo, di recente, per poco non mi è stato strappato con un tranello, mentre si preparava a recarsi a Pilo, contro il volere di tutti. Vogliano gli dèi, li imploro, che secondo il corso naturale del destino, sia lui a chiudere i miei occhi, sia lui a chiudere i tuoi! Sono con noi il custode delle mandrie, l'anziana nutrice, e come terzo il fedele guardiano dell'immondo porcile. Ma Laerte, inabile alle armi, non può mantenere il regno in mezzo ai nemici - giungerà per Telemaco, purché sopravviva, un'età più vigorosa: ora la sua giovinezza doveva essere protetta dall'aiuto del padre - e io non posseggo le forze per scacciare i nemici dalla reggia; vieni tu, al più presto, porto e rifugio per i tuoi! Tu hai, e prego che tu possa continuare ad avere, un figlio che doveva essere istruito in tenera età nelle conoscenze paterne. Pensa a Laerte: egli prolunga l'ultimo giorno destinato alla sua vita, perché tu possa finalmente chiudere i suoi occhi. Io, che alla tua partenza ero una giovane donna, per quanto presto tu possa tornare, di certo ti sembrerò diventata una vecchia.

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