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Discussione: Poiesis & polis, quando la poesia si fa politica

          
  1. #1
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    Poiesis & polis, quando la poesia si fa politica

    A un giovane comunista

    Ho in casa come vedi un canarino.
    Giallo screziato di verde. Sua madre
    certo, o suo padre, nacque lucherino.

    È un ibrido. E mi piace meglio in quanto
    nostrano. Mi diverte la sua grazia,
    mi diletta il suo canto.
    Torno in sua cara compagnia, bambino.

    Ma tu pensi: I poeti sono matti.
    Guardi appena; lo trovi stupidino.
    Ti piace più Togliatti.


    Umberto Saba

    L’amore è la voce dietro tutti i silenzi, la speranza che non ha il contrario in un timore.

  2. #2
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    DELEGA

    Non spaventarti se il lavoro è molto:
    C’è bisogno di te che sei meno stanco.
    Poiché hai sensi fini, senti
    Come sotto i tuoi piedi suona cavo.
    Rimedita i nostri errori:
    C’è stato pure chi, fra noi,
    S’è messo in cerca alla cieca
    Come un bendato ripeterebbe un profilo,

    E chi ha salpato come fanno i corsari,
    E chi ha tentato con volontà buona.
    Aiuta, insicuro. Tenta, benché insicuro,
    Perché insicuro. Vedi
    Se puoi reprimere il ribrezzo e la noia
    Dei nostri dubbi e delle nostre certezze.
    Mai siamo stati così ricchi, eppure
    Viviamo in mezzo a mostri imbalsamati,
    Ad altri mostri oscenamente vivi.
    Non sgomentarti delle macerie
    Né del lezzo delle discariche: noi
    Ne abbiamo sgomberate a mani nude
    Negli anni in cui avevamo i tuoi anni.
    Reggi la corsa, del tuo meglio. Abbiamo
    Pettinato la chioma alle comete,
    Decifrato i segreti della genesi,
    Calpestato la sabbia della luna,
    Costruito Auschwitz e distrutto Hiroshima.
    Vedi: non siamo rimasti inerti.
    Sobbarcati, perplesso;
    Non chiamarci maestri.

    Primo Levi 24 giugno 1986
    A ciascuno e' affidato il compito di vegliare sulla solitudine dell'altro.

  3. #3
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    Il primo settembre 2004 un gruppo di terroristi ceceni prese in ostaggio gli studenti e gli insegnanti di una scuola di Beslan, in Ossezia. Ci furono delle esplosioni: fu una ecatombe. Il poeta Evghenij Evtushenko ha scritto questa poesia in ricordo di quanto accadde quel giorno.


    La scuola di Beslan

    Io sono uno che non ha mai finito una scuola in vita sua
    Uno che ha sempre pagato per le malefatte altrui
    ma ora vengo a te, Beslan,
    per imparare davanti alle rovine della scuola tua.

    Beslan, lo so, sono un cattivo padre io,
    ma davvero dovrò assistere
    alla fine di tutti i cinque figli miei
    sopravvivendo nella vecchiaia per castigo?

    Lo so, non sono in una città straniera
    mentre cerco il mio cuore tra i fiotti del dolore
    inciso goffamente col coltello
    in quell’ultimo banco bruciato della scuola.

    Che cosa sarai mai in Russia tu, o poeta?
    Paragonato al tritolo, sei un moscerino.
    E non abbiamo oggi scusa alcuna
    se sulla terra tutto questo accade.

    Come ad un tratto lì a Belsan tutto si fonde ancora:
    l’inafferrabilità, il caos, l’orrore
    l’imperizia di saper salvare senza fare vittime
    e al tempo stesso tutte quelle storie di coraggio.

    E il passato, guardandoci, trema
    e il futuro, promessa innocente,
    tra i cespugli si sottrae al presente
    che gli spara alla schiena.

    Ma la mezza luna abbraccia la croce.
    Tra i banchi bruciati e tra i cespugli
    come fratelli vagano Maometto e Cristo
    raccogliendo dei bambini i pezzi.

    Oh Dio dai tanti nomi, abbracciaci tutti!
    Che davvero dovremo seppellire senza gloria
    accanto ai bambini di ogni credo
    noi stessi nel cimitero di Beslan?

    Quando andavano i convogli in Kazakhstan,
    stracolmi di ceceni ammassati l’un sull’altro,
    il terrore futuro si stava generando là,
    nel liquido amniotico di quei nascituri.

    Laggiù, in quella prima culla sempre più cattivi,
    si stringevano loro, felici di nascondersi così,
    eppur sentivano attraverso il grembo della madre
    il calcio dei fucili sulle teste.

    E certo non pregavano Mosca
    che li confinava nella steppa, dove tutto è piatto e spoglio,
    come se per incanto sulla terra
    Satana avesse cancellato i monti antichi.

    Ma la lama ricurva della luna, lì
    tra le fessure nei tetti delle case di terra
    ricordava loro il segreto dell’Islam
    tra gli slogan sovietici dell’inganno

    E l’arroganza plebea di Eltsin,
    e la fanfaronata di Graciov su quella "guerra-lampo"
    li spinsero poi verso i primi attentati,,
    e allora alla guerra non ci fu più scampo...

    Le kamikaze cecene portano esplosioni sul petto,
    alla vita, e al posto della collana al collo.
    E come sempre, tanti più morti si lasciano alle spalle
    tanto più basso è il prezzo della vita.

    Com’è cambiato il volto del firmamento,
    la tenebra a Beslan esplode solo per i tank,
    e ha sussultato al pensiero della fine
    in quella scuola e il quel campo di basket laggiù
    la mina innescata da Stalin.

    Ma a niente serve la vendetta.
    Salvaci, Dio dai molti nomi, dalla vendetta.
    Finché ci sono ancora bimbi vivi,
    non ci dimentichiamo la parola "insieme".

    Nessuno di noi è eroe da solo,
    ma dinnanzi alla nuda verità tutti noi siamo nudi.
    Io sto insieme ai bambini bruciati.
    Sono anch’io uno di loro... Uno della scuola di Beslan.


    Evghenij Evtushenko
    (traduzione di Nadia Cicognini)
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  4. #4
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    Il popolo

    Portava il popolo le sue bandiere rosse
    e tra la gente sulle pietre che calcava
    io mi trovai, nel giorno strepitoso
    e sulle alte canzoni della lotta.
    Vidi passo a passo le sue conquiste.
    Sola strada era la resistenza,
    mentre isolati eran brani rotti
    d'una stella, senza bocca né spicco.
    Così nell'unità fatta in silenzio
    erano il fuoco, il canto invincibile,
    il lento passo umano sulla terra,
    trasformato in profondità e battaglie.
    Erano dignità che combatteva
    gli antichi soprusi, e risvegliava
    a sistema l'ordine delle vite,
    che bussavano alle porte per prender posto
    nella sala principale con le bandiere.

    Pablo Neruda
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  5. #5
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    Una metafora ... politica:

    Il nemico

    Finché il gregge fu sotto la protezione del
    pastore, le pecore non si lamentavano. Il
    nemico era ben definito: un lupo affamato che
    ululava in lontananza e avrebbe dovuto fare la
    sua comparsa nelle notti fredde. Ma passò
    molto tempo senza che si vedessero lupi e il
    pecoraio si portava via ogni sera un montone
    per la cena degli uomini, chiamandolo con la
    musica dello zufolo. Un tempo questa melodia
    si udiva solo per la tosatura, e il gregge
    rimaneva intatto; ora sono scomparse poco a poco
    le pecore nere e poi anche quelle
    bianche. Molte di esse non hanno mai visto un
    lupo. Le pecore si chiedono: dov'è il nemico?


    Juan Nicolás Padrón Barquín
    A ciascuno e' affidato il compito di vegliare sulla solitudine dell'altro.

  6. #6
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    SERVI DELLA GLEBA.


    Piove sui galli di brughiera
    piove sulle costellazioni di betulle bianche
    piove sulle carriole al mattino imbrattate d’argilla
    piove sul pane caldo che esce dai forni visitati da un gran fuoco tranquillo
    piove sul pettorale dei cavalli rubicondi
    piove a dirotto sul manto in erba dei tetti lacustri bagnati di merli e di ciuffolotti
    piove sulle donne ostinate a riversarsi nelle chiese attraverso l’imbuto dei portici
    piove sugli strati di aghi di abete sulla scalinata dei muschi smossi dalle salamandre
    piove sul lago tranquillo delle anime semplici
    piove sugli uomini pesanti e muti


    Io mi sveglio
    e mi siedo sui pezzi limpidi di terra
    e mi metto sopra il culo delle montagne di lana
    e conto
    e conto
    stanco dell’esilio
    mi avvicino al tavolo, alla panca
    e alla lucentezza dei coltelli
    lascio immergersi in me le radici del pane


    Più lontano delle mattine di globuli rossi
    più lontano del sangue coagulato delle brughiere dove nuotano gli sparvieri
    più lontano delle lepri bianche e grigie e dei camini che riprendono fiato
    più lontano delle brevi mattinate invernali che vedono passare nell’occhio dei bimbi la carezza degli stagni selvatici
    più lontano dei cavalli che nitriscono rosso al cuore delle patrie sfilacciate
    più lontano della vegetazione delle ire inestricabili che lanciano le loro liane tra gli uomini in demolizione
    più lontano delle emicranie vellutate che grattano, che mordono
    più lontano delle aurore boreali riarse di banchise all’incontro dei paesi di rugiada
    più lontano dei destini limati gettandosi in ginocchio
    più lontano della brace ardente dell’occhio


    IL SILENZIO
    il campo chiuso del silenzio
    la fermentazione del silenzio
    che inciampa contro i vetri


    Uomini, vi parlo d’un tempo che non ci apparteneva più,
    ma d’un tempo artesiano che sgorga alla minima zappata
    io vi parlo del tempo quando si edificavano le foreste
    del tempo quando ogni fiore riceveva dagli uomini il sale del linguaggio
    del tempo quando questa terra era popolata da un popolo solenne
    era il tempo quando l’uomo era fratello all’uomo
    quando gli uomini si salutavano dall’alto delle loro colline
    quando gli uomini salutavano ogni mattina il latte della pioggia


    Ho contato
    la rosa del cielo verde
    i suoni nasali di rondini rasenti ai camini
    le spinte d’albe frondose a casa d’uomini che nascono soli
    l’espropriazione d’una patria intera


    E in riva all’oceano
    i bozzoli notturni
    la corsa dritta dei cinghiali
    il lamento delle messi marcite, ordite d’insetti svacantati
    in riva all’oceano
    le campagne sfuggenti e i villaggi in quinconce strabordanti d’ammassi di grano
    in riva all’oceano
    il pelo umido dei cavalli di cristallo
    il corallo dei lavatoi e delle fonti
    i cani rossicci levigati di sonno
    in riva all’oceano
    la macchina dei boccaggi esplosivi
    i gradini dell’aurora tra gli alberi crepitanti
    in riva all’oceano
    le risa delle cavallette
    lamprede e gronghi datisi alla macchia
    la conoscenza ininterrotta della morte
    in riva all’oceano
    lo stabilirsi degli uomini lucidi
    che deliberano d’inventare una patria
    erigendo sui promontori città di pietra degli animali di carne
    in riva all’oceano
    i riflessi battuti da uccelli rari
    il soffio del vapore nei polmoni e i pugni tesi
    in riva all’oceano
    la confusione delle parole e dei gesti
    la Visitazione di strane bestie ardenti che traballano agitate
    la Visitazione in massia di palle di fuoco


    TI URLO, PAESE
    per i tuoi bagliori d’occhi dardeggianti
    per i tuoi contrabbandi di calori feroci
    le tue genealogie impaniate
    i tuoi graniti porosi e gelati
    Ti urlo, paese
    per i tuoi ammassi d’erba medica a fior di pelle
    i tuoi purosangue purulenti verdeggianti di zolfo
    le pareti delle scuderie schiantate dai cavalli a calci
    per tutti voi che siete me
    o, ancor di più,
    per tutti voi che siete più di me
    e vi sento turbinare nella deriva dei silenzi schizzati via
    E URLO


    Suicidi viola
    dietro le persiane chiuse
    bimbi rachitici cacciati via a calci
    uomini che traversate la strada come si traversa un lungo tubo umido
    contadini attaccati schiena a schiena che guidano a voce greggi in corsa
    orchestre di sole dirette in piedi appoggiati al cuore dei cavalli
    Ho visto morire nella chiara notte
    i bimbi color biscia e le bimbe brune sorte dal latte
    ho visto cadere a zolle intere l’ardesia dai tetti inerti
    ho visto proliferare le paludi alla bocca delle colline
    faceva un tempo di fiamme verdi
    un tempo di polvere d’acciaio
    un tempo d’occhi germinati
    e ho visto sotto le portiere del Ponant
    sgretolarsi bimbi dilatati e pallidi
    pesanti eredità di fatica
    di speranze sequestrate
    di foreste in gestazione
    cronache vizze di cantori vibrare nella luce dei rami
    paese di grigia paglia
    paese d’umidità d’accresciuta violenza
    paese d’attesa e di detriti
    contemplo questo paese fatto di coste e strette baie
    racchiuso da climi dolciastri
    battuto da torbe rivoltate
    oltrepassato da pallidi tumori, da pustole
    dove non c’è posto per il contadini signore delle terre immobili
    per il proletario che lotta in fabbrica contro gli affari e gli ingranaggi feroci


    All’improvviso, per strada
    ci prende il male spigoloso
    il male che s’attorciglia e che rode
    il male che buca e che perfora
    il male che sforza ogni poro
    il male trivellatore
    il male, dolore trapanato a manovella
    IL MALE DEL PAESE NATALE


    Fratelli, fratelli miei
    uomini ardenti cosparsi di spine
    uomini taglienti all’ascolto dei sismografi
    uomini del mio paese e d’altri luoghi
    bevete ai geyser dell’umanità
    armate la nave a grandi uomini pieni di giustizia
    radunate i vostri fini acuminati dalla pulsazione degli estuari
    fino nel fondo del fondo della stalla
    Uomini semplici seduti nella vostra stalla chiusa
    uomini ostacolati da tabù e da divieti
    però vi sento crepitare nelle fiamme divoranti della mente
    servi della gleba, paesani di villaggi abbandonati
    uomini ricamati che pisciano lungo i fossi
    uomini di vecchi candori che celebrano divinità dalle guance rosate e pallide
    e anche voi, cittadini collezionisti di mobili e di attrezzi
    uomini emaciati che marciscono sulla mucosa delle città straniere
    vi sentite anche voi smangiati dalla libertà
    uomini possenti che discutono della serenità dell’organo e dei piazzali
    uomini crostosi eredi di ogni lebbra e di ogni carestia
    uomini troppo umiliati, coi pugni chiusi di furore
    sepolti nel tannino delle vostre carni straziate


    Non esiste passato in Bretagna
    soltanto un impercettibile movimento delle labbra
    alla curva di piccole frasi anodine e friabili
    soltanto un presente di volgarità giudiziarie
    un futuro spazzato dalla violenza e dalla polvere
    non esiste passato nel mio paese
    altro non c’è che un ronzio di uomini refrattari
    rivedo le ginestre sull’orina seccata
    i poderi quarzati circondati dalle siepi


    Ma non posso stare a sedere a lungo sull’erba
    le deportazioni massicce continuano
    abbiamo caldo ai fiumi
    abbiamo caldo alle puzze d’alcool
    siamo un popolo altoforno
    un popolo forgiato di biancospino
    noi non ci arrendiamo


    Mi fermo vicino agli erpici e ai rulli
    mastico le mie prime gemme di libertà
    apro il ventaglio dei campi lavorati
    e il nostro popolo vinto si esercita a maneggiare le maree montanti
    vedo che tutti si radunano nelle piazze
    boscaioli dell’alba stivati nei cutter del sole
    zappatori sporchi d’erba e ruminanti che gettano i rampini in un passato proibito
    scolari cupi e diligenti che stabiliscono all’improvviso relazioni di causa e effetto
    operai analoghi che si svegliano con lentezza in sobborghi rattrappiti
    grappoli di donne pesanti abbarbicate al dolore degli uomini
    operai in sciopero che esigono il diritto di sguardo e di pressione sulle tubature del paese
    attacchini di manifesti, giornalai, volantinatori, portatori di cartelli
    studenti insolenti e nervosi che sfuggono con veemenza
    dai fiati fetidi, dalle facce screpolate
    scolari che ridono che provano coi piedi il fragile equilibro dell’acqua e del fuoco
    sindacalisti licenziati venti volte dai robusti gesti d’uomini che misurano l’eterno
    contadini tirati giù dal trattore e bastonati che la sera tirano fuori libri preziosi sul tavolo
    voi siete la Bretagna che s’incendia
    voi siete la Bretagna che si apre ai vènti del mondo
    oggi io vi dico
    oggi procederemo a degli smottamenti
    ci saranno giravolte di luce nelle nebbie della solitudine
    e l’angolo delle finestre schiumerà di felci
    allora ci infileremo nell’odore delle intelaiature e delle intercapedini
    per delle rivolte di tenerezza
    Oggi io vi dico
    emerge piano un popolo nuovo che si risparmia i raccolti esemplari
    un popolo nuovo si libera da secoli vischiosi
    questo paese cloroformizzato
    queto paese che brulica di speranze clandestine
    riapre gli occhi sulle periferie sopramarine
    nascano in me le piogge tenere
    per bagnare le campagne multicolori
    sanguinino le felci sgualcite per il piacere degli uomini tastanti
    scoppino le bocche prigioniere del mio popolo che figlia rondini
    si rialzino le case strappate alla matrice delle frondaglie liquide
    si svegli il mio popolo ai quattro angoli del mondo del mattino.


    Paol Keineg.
    "...Comme on n’a pas le choix il nous reste le cœur"

  7. #7
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    Dio e l'umanità sono come due amanti che si sono sbagliati circa il luogo dell'appuntamento.

    Ciascuno è lì prima dell'ora, ma sono in due posti diversi e aspettano..aspettano...aspetta
    no...

    Lui è in piedi, immobile, inchiodato al posto per la perennità dei tempi.

    Lei è distratta ed impaziente.

    Sventurata, se ne ha abbastanza e se ne va.

    Simone Weil - Cahier IV



    L’amore è la voce dietro tutti i silenzi, la speranza che non ha il contrario in un timore.

  8. #8
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    Godzilla in messico

    Ascolta questo, figlio mio: le bombe cadevano
    su Città del Messico
    ma nessuno se ne rendeva conto.
    L’aria portò il veleno attraverso
    le strade e le finestre aperte.
    Tu avevi appena mangiato e vedevi alla tele
    i cartoni animati.
    Stavo leggendo nella stanza accanto
    quando seppi che andavamo a morire.
    Nonostante il malessere e la nausea strisciai
    fino alla sala da pranzo e ti trovai sul pavimento.
    Ci abbracciamo. Mi domandasti cosa accadeva
    e non dissi che stavamo nel programma funebre
    ma che stavamo iniziando un viaggio,
    uno nuovo, insieme, e di non avere paura.
    Andando via, nemmeno la morte
    ci chiuse gli occhi.
    Che cosa siamo?, mi domandasti una settimana o un anno dopo,
    formiche, api, cifre sbagliate
    nella gran zuppa putrefatta del caso?
    Siamo esseri umani, figlio mio, quasi uccelli,
    eroi pubblici e segreti.

    Roberto Bolaño

    "...Comme on n’a pas le choix il nous reste le cœur"

  9. #9
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    E allora, aquila bicipite,
    verso dove abbiamo preso il volo
    con una ignominiosa nuova gloria,
    verso le tormente cecene?

    Là, per vergogna e paura,
    sulle vette guardarsi
    negli occhi l'un l'altra
    due teste aquiline non potranno.

    Chi ti strappò le penne
    sopra ceneri e polvere?
    No, non fu scelta aquilina -
    tra vergogna e paura.


    Evgenij (Aleksandrovic) Evtusenko
    A ciascuno e' affidato il compito di vegliare sulla solitudine dell'altro.

  10. #10
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    Figli dell'epoca

    Siamo figli dell'epoca,
    l'epoca è politica.

    Tutte le tue, nostre, vostre
    faccende diurne, notturne
    sono faccende politiche.

    Che ti piaccia o no,
    i tuoi geni hanno un passato politico,
    la tua pelle una sfumatura politica,
    i tuoi occhi un aspetto politico.

    Ciò di cui parli ha una risonanza,
    ciò di cui taci ha una valenza
    in un modo o nell’altro politica.

    Perfino per campi, per boschi
    fai passi politici
    su uno sfondo politico.

    Anche le poesie apolitiche sono politiche,
    e in alto brilla la luna,
    cosa non più lunare.
    Essere o non essere, questo è il problema.
    Quale problema, rispondi sul tema.
    Problema politico.

    Non devi neppure essere una creatura umana
    per acquistare un significato politico.
    Basta che tu sia petrolio,
    mangime arricchito o materiale riciclabile.
    O anche il tavolo delle trattative, sulla cui forma
    si è disputato per mesi:
    se negoziare sulla vita e la morte
    intorno a uno rotondo o quadrato.

    Intanto la gente moriva,
    gli animali crepavano,
    le case bruciavano
    e i campi inselvatichivano
    come in epoche remote
    e meno politiche.

    Wislawa Szymborska
    "...Comme on n’a pas le choix il nous reste le cœur"

  11. #11
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    La nostra marcia
    Battete sulle piazze il calpestio delle rivolte!
    In alto, catena di teste superbe!
    Con la piena del secondo diluvio
    laveremo le città dei mondi.
    Il toro dei giorni è screziato.
    Lento è il carro degli anni.
    La corsa il nostro dio.
    Il cuore il nostro tamburo.
    Che c'è di più divino del nostro oro?
    Ci pungerà la vespa d'un proiettile?
    Nostra arma sono le nostre canzoni.
    Nostro oro sono le voci squillanti.
    Prato, distenditi verde,
    tappezza il fondo dei giorni.
    Arcobaleno, dà un arco
    ai veloci corsieri degli anni.
    Vedete, il cielo ha noia delle stelle!
    Da soli intessiamo i nostri canti.
    E tu, Orsa maggiore, pretendi
    che vivi ci assumano in cielo!
    Canta! Bevi le gioie!
    Primavera ricolma le vene.
    Cuore, rulla come tamburo!
    Il nostro petto è rame di timballi.

    Vladimir Majakovskij

  12. #12
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    Noi non ci bagneremo



    Noi non ci bagneremo sulle spiagge
    a mietere andremo noi
    e il sole ci cuocerà come la crosta del pane.
    Abbiamo il collo duro, la faccia
    di terra abbiamo e le braccia
    di legna secca colore di mattoni.
    Abbiamo i tozzi da mangiare
    insaccati nelle maniche
    delle giubbe ad armacollo.
    Dormiamo sulle aie
    attaccati alle cavezze dei muli.
    Non sente la nostra carne
    il moscerino che solletica
    e succhia il nostro sangue.
    Ognuno ha le ossa torte
    non sogna di salire sulle donne
    che dormono fresche nelle vesti corte.

    Rocco Scotellaro

  13. #13
    Master Member L'avatar di Rosy
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    Trilussa

    E di Trilussa, che mi dite?
    La sua simpatica ironia nel fare satira politica mi ha sempre affascinata....

    ( considerando che è stata scritta nel 1913... non c'è male, no?
    Sempre attuale)


    UN
    VOLO DE RICOGNIZZIONE

    Doppo un gran volo L'Aquila
    reale

    s'incontrò co' la Lupa che je
    chiese:

    -
    Che novità ce stanno ner Paese?

    Come
    l'hai ritrovato?... - Tale e quale:

    un
    ber celo, un ber mare, e lo Stivale

    co'
    le stesse osterie, le stesse chiese...

    -
    Però, l'Italia, a quello ch'ho sentito,

    è
    più forte e più granne... - Questo è vero,

    ma
    l'Italiano s'è rimpiccolito:

    alliscia er rosso e se strofina ar
    nero,

    come
    se annasse in cerca d'un partito

    fra
    er Padreterno e er Libbero Pensiero.

    Nun
    c'è sincerità, nun c'è più stima:

    l'ideale politico è un
    pretesto

    pe'
    poté caccià via chi c'era prima;

    qualunque tinta è bona: in quanto ar
    resto,

    ognuno cerca d'arivà più
    presto,

    ognuno cerca d'arivà più in
    cima.

    Infatti La Cornacchia, vòi o nun
    vòi,

    ammalappena ricacciò
    l'artiji

    cercò l'appoggi e li trovò fra
    noi...

    - E'
    naturale: te ne meraviji?

    Speravi tu che dar Settanta in
    poi

    li
    preti nun facessero più fiji?

    26
    Novembre 1913
    " Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi non ascolta musica..."
    M.Medeiros

  14. #14
    Senior Member L'avatar di Andrea
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    La prima fotografia di Hitler

    E chi è questo pupo in vestina?

    Ma è Adolfino, il figlio dei signori Hitler!
    Diventerà forse un dottore in legge
    o un tenore dell'opera di Vienna?
    Di chi è questa manina, di chi, e gli occhietti, il nasino?
    Di chi è il pancino pieno di latte, ancora non si sa:
    d'un tipografo, d'un mercante, di un prete?
    Dove andranno queste buffe gambette, dove?
    Al giardinetto, a scuola, in uffcio, alle nozze
    magari con la figlia del sindaco?
    bebè, angeluccio, tesoruccio, piccolo raggio,
    quando un anno fa veniva al mondo
    non mancavano segni nel cielo e sulla terra:
    un sole primaverile, gerani alle finestre,
    musica d'organetto nel cortile,
    un fausto presagio nella carta velina rosa,
    prima del parto un sogno profetico della madre:
    se sogni un colombo, è una lieta novella
    se lo acchiappi, giungerà chi hai a lungo atteso.
    Toc toc, chi è, è il cuoricino di Adolfino.
    Ciucciotto, pannolino, bavaglio, sonaglio,
    il bimbetto, lodando Iddio e toccando ferro, è sano,
    somiglia ai genitori, al gattino nel cesto,
    ai bambini di tutti gli album di famiglia.
    Bè, adesso non piangeremo mica,
    il fotografo farà clic sotto la tela nera.
    Atelier Klinger, Grabenstrasse Braunau,
    e Braunau è una cittadina piccola, ma dignitosa,
    ditte solide, vicini dabbene,
    profumo di torta e di sapone da bucato.
    Non si sentono cani ululare né i passi del destino.
    L'insegnante di storia allenta il colletto
    e sbadiglia sui quaderni.

    Wislawa Szymborska
    L’amore è la voce dietro tutti i silenzi, la speranza che non ha il contrario in un timore.

  15. #15
    Master Member L'avatar di daniela
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    Tempi brutti per la poesia

    Sì, lo so: solo il felice
    È amato. La sua voce
    È ascoltata con piacere. La sua faccia è bella.

    L'albero deforme nel cortile
    È frutto del terreno cattivo, ma
    Quelli che passano gli danno dello storpio
    E hanno ragione.

    Le barche verdi e le vele allegre della baia
    Io non le vedo. Soprattutto
    Vedo la rete strappata del pescatore.
    Perché parlo solo del fatto
    Che la colona quarantenne cammina in modo curvo?
    I seni delle ragazze
    Sono caldi come sempre.

    Una rima in una mia canzone
    Mi sembrerebbe quasi una spavalderia.

    In me si combattono
    L'entusiasmo per il melo in fiore
    E il terrore per i discorsi dell'imbianchino ¹.
    Ma solo il secondo
    Mi spinge alla scrivania.

    Bertolt Brecht

    ¹ Con "l'imbianchino" Brecht si riferisce a Hitler
    A ciascuno e' affidato il compito di vegliare sulla solitudine dell'altro.

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