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Discussione: La poesia del dolore

          
  1. #211
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    Ti racconto la mia malinconia.


    È l’entrare in un negozio sapendo
    che già ci sarai stata a braccetto
    con lui, o mano nella mano, o
    in una qualunque altra forma
    affettuosa
    che ti ha legata a un altro uomo.


    È l’ascoltare una donna che mi vuole
    curare la tristezza con un’ora
    – forse due –
    nel letto, quasi madonna dolorosa
    in un atto di pietà.


    È il ricordare il sorriso del tuo volto
    sapendo che lui lo bacia.


    È questo sapere che ti ho amata
    per tre anni sette mesi e quindici giorni
    e qualche movimento della terra
    intorno al sole.


    Alessandro Canzian
    L’amore è la voce dietro tutti i silenzi, la speranza che non ha il contrario in un timore.

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  3. #212
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    Dolore nostro – umano.
    Voi non sapete come
    certe notti ce ne stiamo
    schiacciati sotto un peso
    che non si vede
    e uno scuro, un buio enorme
    preme, e allora siamo, il rifiuto
    l’animale zoppo che ha davanti la fine.


    Sì, noi finiamo. E in certe notti
    il finire viene vicino al letto
    in certe ore il finire si sente, sale
    come un odore soffocante.
    Mi hanno dato un corpo che non dura. L’ho imparato
    vedendo il sangue di Abele.
    Una pietra è più forte
    basta un colpo. Basta
    un inciampo, un morbo.
    E finiamo. L’ho capito bene.
    Finiamo. Noi finiamo.

    Mariangela Gualtieri

    L’amore è la voce dietro tutti i silenzi, la speranza che non ha il contrario in un timore.

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  5. #213
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    Le notti si chiudono, nel silenzio a cui mi condanni.
    Così si contano gli inviti dei balconi.
    Così la melma impietrisce, nella ferita voluta.

    Certo che altri occhi ci salveranno,
    che altre mani avranno le certezze senza ritorno.
    Ma a me non rimane che la tua spalla volta.

    E allora scelgo strade che ancora ricompongono la carne,
    che allontanino la paura del sasso dalla mano.
    Che mi dicano – l’ombra non è che la luce, riflessa.

    Francesca Tuscano


    Io li odio i nazisti dell'Illinois...

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  7. #214
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    Cose che non avremo:
    Le lunghe mattine di aprile d’amore e di sogno.
    Le sere di novembre con la pioggia incessante.
    Le notti d’estate ostinatamente stellate.
    Tutte le albe dolcissime d’autunno.

    Cose che io ho perduto:
    Non assaggerò il sapore della tua bocca addormentata.
    Non cullerò i tuoi figli.
    Non berrò il tuo vino.
    Non piangerò con te vedendo il tramonto.
    Non sorgerà il tuo ventre tra le mie lenzuola.
    Ho un intero tesoro di lacune e di assenze,
    un campionario completo di pagine in bianco.

    JOSEFA PARRA

    Io li odio i nazisti dell'Illinois...

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  9. #215
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    Avrei potuto regalarti
    quel cinema dove abbiamo visto
    Notting Hill e American Beauty.
    Avrei voluto regalarti gli hotel dove ci siamo nascosti.
    Mi sarebbe piaciuto essere il padrone del caffè in cui ci congedammo
    dove ascoltammo tutte quelle canzoni
    che oggi sono una soundtrack delle nostre vite.
    E non ci furono regali.
    E misi il cielo sul tuo corpo e lo trasformasti in vento
    misi il vento sui tuoi occhi e lo trasformasti in sogno
    misi il sogno nel tuo silenzio e lo trasformasti in notte
    e questa notte non ci sono cielo, vento e sogno
    che modifichino il mio cuore
    in una luce dove l’amore possa tornare.
    Ed è per questo amore lontano e vero
    che le parole hanno una musica nello spartito che nessuno canta
    come chi bussa per ore a una casa abbandonata
    come chi prende a calci lattine vuote nel cuore.

    Federico Diaz Granados



    Io li odio i nazisti dell'Illinois...

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  11. #216
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    Dunque c’è la luce
    e ogni foglia è attaccata al ramo
    con esatto amore
    e ogni foglia in orario
    lascia il ramo
    con audace resa
    e ogni uscire dalla soglia
    del corpo è ricevuto
    con unanime benvenuto
    da quella scienza della gioia
    che proprio ora proprio qui
    riempie il foglio di ghirigori
    per dirti che dunque
    la luce c’è.

    Chandra Livia Candiani
    A ciascuno e' affidato il compito di vegliare sulla solitudine dell'altro.

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  13. #217
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    Una volta
    E per pochi giorni
    Molto tempo fa
    Io e te
    Improvvisamente fummo fin nell’intimo
    Noi.

    «Noi due» potevo dire
    Nelle ore voraci che furono nostre.

    Da tempo
    Se parlo di te
    Posso usare soltanto
    La terza persona: Lei.

    L’io impoverito sprofonda
    Nelle concordanze del Nulla.


    Josè Emilio Pacheco


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  15. #218
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    Sono belle le sere
    quando la luce scende di colore
    e dall’oro e dal viola
    s’immerge nel turchino.
    Ma questa grigia fine
    di giorno sotto il cenere d’agosto
    ha il pallore che scava il viso umano
    un istante dopo la morte.
    Dentro il cielo spettrale
    i cipressi s’infiggono più neri
    e più livido sotto le loro ale
    si rizza il travertino
    della chiesa che altissima trasale
    con un sobbalzo d’ossa
    gridato con un urlo senza voce
    come quando nei sogni
    si vorrebbe chiamare e non si può.


    Giorgio Vigolo



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  17. #219
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    Dice Euridice

    Mi hanno dominato l’ansia e l’inquietudine,
    quando ho saputo che saresti venuto:
    l’orrore che mi avresti visto così, con un velo d’ombra,
    i capelli senza lucentezza – i capelli che il sole non si stancava di dorare.
    E il terrore che non fossi lo stesso – quello che restava nella mia memoria –
    e allo stesso tempo la curiosità di vedere di nuovo un essere vivente.
    È da tanto che nessuno veniva qui,
    tanto che nessuno si portava via un’anima o un cane,
    che quando ho udito i tuoi passi e la tua voce che mi chiamava,
    quando infine ti ho stretto, più che te stavo abbracciando la vita.
    Il tuo calore poi mi ha condensato, mi ha seccata come un vaso,
    e ho camminato per il corridoio buio
    un’altra volta con quella macchina che mi rimbombava in petto
    e un carbone acceso in mezzo alle gambe.
    Ho camminato al tuo braccio, immaginando già la luce,
    gli alberi accanto ai quali passeggiavamo,
    la casa piena di specchi
    dove galleggiavamo come due annegati.
    Fino a quando all’improvviso il tuo passo si è fatto nervoso,
    il tuo pensiero si è impaurito come un cavallo,
    e ho visto che cercavi di staccarti da me,
    di liberarti dalla trappola della materia mortale.
    “Non te ne andare – ho supplicato – non abbandonarmi qui,
    lasciami vedere ancora le nuvole e il sole,
    liberami per il mondo come una puledra tracia”.
    Ma tu già correvi verso l’uscita,
    e per sette giorni e sette notti ho sentito come piangevi,
    come cantavi sulla riva del fiume infernale
    la nostra vecchia canzone: “Ciò che è perduto, solo ciò che è perduto, rimane”.

    Horacio Castillo
    La nostalgia mi ruba i colori della vita. (Cristina Campo)


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  19. #220
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    NEGLIGENZA


    ho lasciato che le ciglia mi crescessero fino alle ginocchia
    nell’aspettare che tornassi
    che ricordassi dov’eri l’ultima volta che mi hai visto
    al navigare i miei tunnel con precisione notturna
    come un felino nel bosco al sentire l’ineffabile
    queste lacrime sono un rubinetto rotto
    una volta aperto non può essere contenuto
    adesso il mio accappatoio è roso
    dal giorno che mi hai pugnalato
    e ho strappato filo per filo
    perché non potevo togliermi
    capello a capello
    non ne hai lasciato nemmeno uno
    lo so
    so che non t’importano le apparenze

    Andrea Paola Hernández


    Io li odio i nazisti dell'Illinois...

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  21. #221
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    Il gatto in un appartamento vuoto

    Morire - questo a un gatto non si fa.
    Perché cosa può fare un gatto
    in un appartamento vuoto?
    Arrampicarsi sulle pareti.
    Strofinarsi tra i mobili.
    Qui niente sembra cambiato,
    eppure tutto è mutato.
    Niente sembra spostato,
    eppure tutto è fuori posto.
    E la sera la lampada non brilla più.

    Si sentono passi sulle scale,
    ma non sono quelli.
    Anche la mano che mette il pesce nel piattino
    non è quella di prima.

    Qualcosa qui non comincia
    alla solita ora.
    Qualcosa qui non accade
    come dovrebbe.
    Qui c'era qualcuno, c'era
    poi d'un tratto è scomparso
    e si ostina a non esserci.

    In ogni armadio si è guardato.
    Sui ripiani si è corso.
    Sotto il tappeto si è controllato.
    Si è perfino infranto il divieto
    di sparpagliare le carte.
    Che altro si può fare.
    Aspettare e dormire.

    Che lui provi solo a tornare,
    che si faccia vedere.
    Imparerà allora
    che con un gatto così non si fa.
    Gli si andrà incontro
    come se proprio non se ne avesse voglia,
    pian pianino,
    su zampe molto offese.
    E all'inizio niente salti né squittii.


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    Wisława Szymborska

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  23. #222
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    Il dolore disinfetta, ha una disciplina e una inclinazione
    grammaticale – soprattutto
    ai lati delle strade dove l’asfalto come noi è incline
    alla luccicante consecutio
    segnaletica – e il carburo sfibrato del respiro
    ha un odore essenziale: segatura bagnata nel calcio
    di edifici scolastici
    o cielo che cospira su teste grandi come frontiere marittime con l’acqua limpida e orefice che lavora – il cielo
    svaligiato dalle sue ampie nuvole di pioggia – di uccelli
    depurati, soffocati dal vapore nativo. Per deduzione
    da quelle teste – e per associazione con i pesci soffianti e candenti del fondo – emerge
    il vero: il mastodontico, la segretezza. L’ospite
    viene senza disturbare
    ed è stato vagliato.

    Maria Grazia Calandrone
    La nostalgia mi ruba i colori della vita. (Cristina Campo)


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